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CALANDRI INTIMO

Calandri, incisioni nella casa medievale

Se c'è una scuola di pensiero che chiede di “Non farlo con Fenoglio”, ovvero di non sfruttare gli scrittori per promuovere l'enogastronomia, ci sono anche occasioni in cui il territorio si presta naturalmente a promuovere la cultura. E' il caso di Cavatore, abbarbicato su un bricco a 500 metri, a dominare Acqui e il suo territorio. Questa naturale rocca medievale, con il suo pugno di edifici in pietra ben si presta a ospitare “piccole” iniziative di valore culturale, e tali da attirare grappoli di turisti. E' quanto sta accadendo questa estate, in attesa dell'appuntamento medioevale di fine agosto. Ideale il contenitore, Casa Felicita, edificio in pietra delicatamente restaurato così da ricavarne sale per mostre e una cantina per i rinfreschi. E le mostre ci sono e ci sono state. Hanno “cominciato” le bambole, appartenenti ad alcune collezioniste della provincia (con consulenza di Barbara Pesce Griffi), che hanno presentato “modelli” e materiali che mostrano l'evolvere nel tempo dei gusti dei bambini ma anche dei collezionisti, delle bambole in legno a quelle in vinile, dalla Barbie alle etniche di mezzo mondo.

Questa mostra si è conclusa domenica scorsa, ed è stata curata dalle associazioni culturali Vallate Visone – Caramagna e Torre di Cavau.

Proprio all'ombra della torre, al piano superiore di Casa Felicita prosegue per tutta l'estate (12 luglio, 14 settembre) una mostra di incisioni e disegni di Mario calandri. Delicate opere che ci portano a compiere un piccolo viaggio nel mito, con una tappa nel settore dei libri illustrati, la grafica d'autore promossa dal torinese editore Fògola. In mostra troviamo illustrazioni da Volpone di Ben Johnson e da Segni sulla neve di Mario Rigoni Stern. Calandri, scomparso nel 1993 aveva estimatori in tutti i campi della cultura, e per fare solo qualche nome potremmo ricordare Giovanni Arpino e Leonardo Sciascia. Nelle sue opere più di un critico ha colto una magia evocativa che ben viene rievocata tra le mura di pietra di quest'antica casa di Cavatore, che invita a immergersi in un mondo passato, caldo di emozioni. La mostra di incisioni e disegni inediti Calandri intimo è curata da Adriano Benzi e Gianfranco Schialvino, è promossa dal Comune di Cavatore e dalla Comunità Montana Orba, Erro e Bormida di Spigno, e si può visitare dalle 10 alle 12,30 e dalle 16 alle 19, escluso il lunedì.

E non sarà inutile ricordare che a Cavatore opera questa attiva associazione, “Torre di Cavau” con un'attiva presidente, Alessandra Sirito, e che il paese sta concludendo l'iter di interessanti progetti: la realizzazione di un osservatorio astronomico e un corso universitario sul turismo. Insomma da quel bricco si guarda lontano.

C.R. Il piccolo 16 Luglio 2003

Quadri e incisioni da esclamare “Chiamale se vuoi emozioni...”

“Tu chiamale, se vuoi, / Emozioni”: cantava Lucio Battisti in uno dei suoi più intensi brani musicali, ed emozioni, tra le più vibranti e deliziose, sono appunto quelle che promanano dai disegni e dalle incisioni di Mario Calandri ora esposti al pubblico nella mostra di Casa Felicita, a Cavatore, per merito e per iniziativa di Adriano Benzi. Raramente ci è capitato di ammirare un divario così marcato tra la parsimonia dei mezzi e la dovizia dei risultati: miracolo che è sicuro indizio di u talento fuori dal comune. Ma chi da sempre ama ed apprezza l'arte di Calandri sa di questi virtuosismi da understatement e non se ne stupisce più di tanto: a meravigliarlo è – se mai – la “sprezzatura”, cioè l'irridente facilità, la naturalezza quasi, con cui tale estrema sobrietà di gesti e di segni riesce a sprigionare tanta ricchezza (e complessità) di stati d'animo, di nuances psicologiche, di tratti caratteriali. Le immagini che vengono delineate con ironica e talora spavalda perizia non descrivono pedissequamente la realtà, ma ne colgono poeticamente, in forme per così dire sintetiche e intuitive, la verità. In tutta la sua “fragranza”, per usare un'espressione che ricorre più volte nei testi riuniti nel catalogo della mostra.

Qui l'artista è indagato nella sua ordinaria quotidianità, spogliato delle sue vesti “reali e curiali”, lontano quindi dai fasti dell'ufficialità: Un Calandri intimo, conviviale, amante della buona cucina e della pesca non meno che della pittura. E di qui, da queste prove talvolta estemporanee, nate dall'urgenza espressiva di fissare questo o quel particolare esistenziale oppure dalla confidenza nel potere evocativo del disegno, che non a caso si sostituisce alla parola nel tentativo – quasi sempre riuscito – di catturare l'evidenza (o l'impertinenza) misteriosa della vita, quel quid di ineffabile che essa porta con sé, la temperie ora ambigua ora sfuggente in cui si collocano i nostri gesti, i nostri silenzi, le nostre esitazioni, l'inenarrabile fiorire-sfiorire delle emozioni, viene la conferma della superlatività bravura del pittore. Perché anche là dove meno evidenti sono le pretese e più esplicito il divertimento, dove l'immediatezza e spontaneità prevalgono su ogni altra considerazione, si afferma la forza vitale dell'immaginazione, la capacità d'imprimere al segno nella sua leggerezza, una prensile energia che conquide le pur minime parvenze, le più labili evenienze.

Siano paesaggi, siano nature morte, ritratti schizzati in fretta col lapis o scorci urbani tracciati a carboncino, in ogni caso colpisce la singolare maestria con cui all'evidenza dei dettagli si coniuga la complessa e quasi labirintica orchestrazione dell'insieme. Per non parlare, poi, dei disegni colorati in cui Calandri sviluppa e approfondisce a più riprese un tema che gli sta particolarmente a cuore, la storia biblica di Tobiolo e l'angelo: una sorta di “doppio” ora efebico ora ermafroditico – quest'ultimo – del giovinetto biblico timorato di Dio e avviato a farsi uomo in mezzo agli ambigui, irresistibili richiami della “Diversità delle cose, sirena / del mondo”. L'angelo affianca o sovrasta, statuario e protettivo, il ragazzo alle prese con il grosso pesce salvifico, così gravido per lui di destino. Un pretesto, forse, per indulgere, col pensiero o col ricordo, ai morbidi e un po' torbidi incanti dell'adolescenza, legati alla trepida scoperta della sessualità.

Ma il “piatto forte” della mostra di Cavatore è costituito dalle incisioni eseguite da Calandri per illustrare alcuni volumi in edizione numerata quali Volpone di Ben Johnson, I Sonetti di Rustico di Filippo, L'Eugenio Onieghin di Puskin, alcune ballate di Villon...Il merito di averle qui raccolte ed esposte è di Adriano Benzi, collezionista che G. Schialvino – ad apertura di catalogo – non si perita di elogiare per la sua diligenza e per la sua intelligenza. Ebbene, nell'illustrare il testo teatrale, l'artista si lascia contagiare dal gioco scenico trascorrendo dal grottesco al sensuale attraverso un preziosistico (e post-moderno) gusto delle citazioni e gli ardimenti di un simbolismo zoomorfo che rimanda a clichés favolistici, se non addirittura agli exempla medievali (e romanzi) dei bestiari. Il protagonista della commedia ne esce di volta in volta degradato a volpe, corvo, avvoltoio, testuggine, batrace, mentre algide femmine ingioiellate, nude o ravvolte in vesti di broccato, si muovono sussiegose tra paggi e cortigiani di barocca esuberanza. Si ha l'impressione di un mondo crudele e spietato che asconde la sua intima aridità sotto le apparenze dello sfarzo.

Più maliziosa e godereccia, vale a dire più comica e distesa, si fa invece l'ispirazione nell'illustrare i licenziosi sonetti di Rustico: qui la sensuale carnalità dei corpi femminili viene quasi accarezzata e rivelata dal tocco tenue, discreto della luce: i chiaroscuri modellano le forme ora nude, ora appena velate, tra i drappeggi delle alcove, dove la lubrica attesa del piacere balena furtiva in un clin d'oeil e delle jeunes filles en fleur, procaci e discinte, sognano ad occhi aperti una felicità di cui forse intuiscono oscuramente l'effimera inconsistenza. La stessa du cui è testimone la rosa che si sfoglia dopo aver vissuto il suo canonico espace d'un matin.

Ma l'arte di Calandri – un po' come lo spillo che trafigge l'insetto – s'illude di fissarne l'instabile miracolo, la durata emozionale. Per sempre.

Caròp Prosperi – L'ANCORA – 20/07/2003



Dalla Bibbia a Rimbaud nel “segno” di Calandri

Intimo, non intimista. Perché Mario Calandri, fra i maggiori incisori del Novecento, mai si nascose dietro il bric-à-brac sentimentale. Piuttosto si avvolse in un riserbo che era pudore, urgenza, dolorosa urgenza, di afferrare la tenebra di uomini e cose, di onorare in primis la pittura, nelle stagioni così contraffatta, imbrattata, deturpata.

A dieci anni dalla scomparsa, ecco un omaggio, a cura di Adriano Benzi, che felicemente, sapientemente, rischiara l'artista, una fra le sue vene meno note (catalogo Edizioni di Smens, con testi di Gianfranco Schialvino, Vincenzo Gatti e Pino Mantovani).

E' Calandri l'illustratore che qui si dispiega, l'orma, l'impronta, che “rivela” questa o quella opera, questo a quel “classico”: 49 incisioni e 24 disegni, per gli editori Fògola e Pier Battista Nebiolo (e per gli amici), dal “Canzoniere” di Saba a “Volpone” di Ben Johnson, da Villon a Rimbaud, dalla Bibbia (“Tobiolo” sembra composto nel museo di Moreau) a padre Dante, da Rustico di Filippo a Mario Rigoni Stern, all'album parigino, un taccuino che subito evoca il diario del marchesino pittore, alias De Pisis.

Flaubert, no. Eppure, Mario Calandri, di là di James, di là di “Giro di vite”, che inesorabilmente lo attrasse, fu un cuore semplice, un religiosissimo dissacratore, un collezionista impavido di ombre, e stridori, e anime squarciate, e grida, e incubi.

C'era, in Mario Calandri, nei suoi occhi, il riflesso di un destino, di una vocazione, insieme lieve e terrifica: vedere ciò che la maschera, l'ignavia, l'insipienza cela. In sorte gli toccò di viaggiare nel paese delle meraviglie, con passo, anche, goticamente, per esempio, sulla passerella del “lago presso Ivrea”: può condurre ovunque, può avere in serbo l'aspide come il miele.

Mario Calandri, un Maestro tra l'Accademia Albertina e l'Accademia di Brera, ha attraversato il suo tempo con la signorilità di un fantasma. Uno stile, un costume, ecco: una vocazione, che si riverbera nell'officina artistica.

Un alchimista, Mario Calandri, nelle cui mani – affermò Luigi Carluccio – “tutto diventa strumento di raffinati esercizi: i solchi nella matrice di metallo, le vernici, gli inchiostri, i diversi grani usati per rendere più complesse e viziose le vibrazioni della stampa, le foglie secche, i petali, le gazze, i merletti, le mascherine che regolano l'apparizione di così tenere e al tempo stesso virili icone di un mondo che sembra non sorgere dal piano della realtà, ma arrivare dal fondo della memoria”. Dal nostro angelo negli abissi...

Bruno Quaranta – TuttoLibri – 05/072003