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CALANDRI INTIMO

Quadri e incisioni da esclamare “Chiamale se vuoi emozioni...”

“Tu chiamale, se vuoi, / Emozioni”: cantava Lucio Battisti in uno dei suoi più intensi brani musicali, ed emozioni, tra le più vibranti e deliziose, sono appunto quelle che promanano dai disegni e dalle incisioni di Mario Calandri ora esposti al pubblico nella mostra di Casa Felicita, a Cavatore, per merito e per iniziativa di Adriano Benzi. Raramente ci è capitato di ammirare un divario così marcato tra la parsimonia dei mezzi e la dovizia dei risultati: miracolo che è sicuro indizio di u talento fuori dal comune. Ma chi da sempre ama ed apprezza l'arte di Calandri sa di questi virtuosismi da understatement e non se ne stupisce più di tanto: a meravigliarlo è – se mai – la “sprezzatura”, cioè l'irridente facilità, la naturalezza quasi, con cui tale estrema sobrietà di gesti e di segni riesce a sprigionare tanta ricchezza (e complessità) di stati d'animo, di nuances psicologiche, di tratti caratteriali. Le immagini che vengono delineate con ironica e talora spavalda perizia non descrivono pedissequamente la realtà, ma ne colgono poeticamente, in forme per così dire sintetiche e intuitive, la verità. In tutta la sua “fragranza”, per usare un'espressione che ricorre più volte nei testi riuniti nel catalogo della mostra.

Qui l'artista è indagato nella sua ordinaria quotidianità, spogliato delle sue vesti “reali e curiali”, lontano quindi dai fasti dell'ufficialità: Un Calandri intimo, conviviale, amante della buona cucina e della pesca non meno che della pittura. E di qui, da queste prove talvolta estemporanee, nate dall'urgenza espressiva di fissare questo o quel particolare esistenziale oppure dalla confidenza nel potere evocativo del disegno, che non a caso si sostituisce alla parola nel tentativo – quasi sempre riuscito – di catturare l'evidenza (o l'impertinenza) misteriosa della vita, quel quid di ineffabile che essa porta con sé, la temperie ora ambigua ora sfuggente in cui si collocano i nostri gesti, i nostri silenzi, le nostre esitazioni, l'inenarrabile fiorire-sfiorire delle emozioni, viene la conferma della superlatività bravura del pittore. Perché anche là dove meno evidenti sono le pretese e più esplicito il divertimento, dove l'immediatezza e spontaneità prevalgono su ogni altra considerazione, si afferma la forza vitale dell'immaginazione, la capacità d'imprimere al segno nella sua leggerezza, una prensile energia che conquide le pur minime parvenze, le più labili evenienze.

Siano paesaggi, siano nature morte, ritratti schizzati in fretta col lapis o scorci urbani tracciati a carboncino, in ogni caso colpisce la singolare maestria con cui all'evidenza dei dettagli si coniuga la complessa e quasi labirintica orchestrazione dell'insieme. Per non parlare, poi, dei disegni colorati in cui Calandri sviluppa e approfondisce a più riprese un tema che gli sta particolarmente a cuore, la storia biblica di Tobiolo e l'angelo: una sorta di “doppio” ora efebico ora ermafroditico – quest'ultimo – del giovinetto biblico timorato di Dio e avviato a farsi uomo in mezzo agli ambigui, irresistibili richiami della “Diversità delle cose, sirena / del mondo”. L'angelo affianca o sovrasta, statuario e protettivo, il ragazzo alle prese con il grosso pesce salvifico, così gravido per lui di destino. Un pretesto, forse, per indulgere, col pensiero o col ricordo, ai morbidi e un po' torbidi incanti dell'adolescenza, legati alla trepida scoperta della sessualità.

Ma il “piatto forte” della mostra di Cavatore è costituito dalle incisioni eseguite da Calandri per illustrare alcuni volumi in edizione numerata quali Volpone di Ben Johnson, I Sonetti di Rustico di Filippo, L'Eugenio Onieghin di Puskin, alcune ballate di Villon...Il merito di averle qui raccolte ed esposte è di Adriano Benzi, collezionista che G. Schialvino – ad apertura di catalogo – non si perita di elogiare per la sua diligenza e per la sua intelligenza. Ebbene, nell'illustrare il testo teatrale, l'artista si lascia contagiare dal gioco scenico trascorrendo dal grottesco al sensuale attraverso un preziosistico (e post-moderno) gusto delle citazioni e gli ardimenti di un simbolismo zoomorfo che rimanda a clichés favolistici, se non addirittura agli exempla medievali (e romanzi) dei bestiari. Il protagonista della commedia ne esce di volta in volta degradato a volpe, corvo, avvoltoio, testuggine, batrace, mentre algide femmine ingioiellate, nude o ravvolte in vesti di broccato, si muovono sussiegose tra paggi e cortigiani di barocca esuberanza. Si ha l'impressione di un mondo crudele e spietato che asconde la sua intima aridità sotto le apparenze dello sfarzo.

Più maliziosa e godereccia, vale a dire più comica e distesa, si fa invece l'ispirazione nell'illustrare i licenziosi sonetti di Rustico: qui la sensuale carnalità dei corpi femminili viene quasi accarezzata e rivelata dal tocco tenue, discreto della luce: i chiaroscuri modellano le forme ora nude, ora appena velate, tra i drappeggi delle alcove, dove la lubrica attesa del piacere balena furtiva in un clin d'oeil e delle jeunes filles en fleur, procaci e discinte, sognano ad occhi aperti una felicità di cui forse intuiscono oscuramente l'effimera inconsistenza. La stessa du cui è testimone la rosa che si sfoglia dopo aver vissuto il suo canonico espace d'un matin.

Ma l'arte di Calandri – un po' come lo spillo che trafigge l'insetto – s'illude di fissarne l'instabile miracolo, la durata emozionale. Per sempre.

Caròp Prosperi – L'ANCORA – 20/07/2003