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Dalla Bibbia a Rimbaud nel segno di Calandri
Intimo, non intimista. Perché Mario Calandri, fra i maggiori incisori del Novecento, mai si nascose dietro il bric-à-brac sentimentale. Piuttosto si avvolse in un riserbo che era pudore, urgenza, dolorosa urgenza, di afferrare la tenebra di uomini e cose, di onorare in primis la pittura, nelle stagioni così contraffatta, imbrattata, deturpata.
A dieci anni dalla scomparsa, ecco un omaggio, a cura di Adriano Benzi, che felicemente, sapientemente, rischiara l'artista, una fra le sue vene meno note (catalogo Edizioni di Smens, con testi di Gianfranco Schialvino, Vincenzo Gatti e Pino Mantovani).
E' Calandri l'illustratore che qui si dispiega, l'orma, l'impronta, che rivela questa o quella opera, questo a quel classico: 49 incisioni e 24 disegni, per gli editori Fògola e Pier Battista Nebiolo (e per gli amici), dal Canzoniere di Saba a Volpone di Ben Johnson, da Villon a Rimbaud, dalla Bibbia (Tobiolo sembra composto nel museo di Moreau) a padre Dante, da Rustico di Filippo a Mario Rigoni Stern, all'album parigino, un taccuino che subito evoca il diario del marchesino pittore, alias De Pisis.
Flaubert, no. Eppure, Mario Calandri, di là di James, di là di Giro di vite, che inesorabilmente lo attrasse, fu un cuore semplice, un religiosissimo dissacratore, un collezionista impavido di ombre, e stridori, e anime squarciate, e grida, e incubi.
C'era, in Mario Calandri, nei suoi occhi, il riflesso di un destino, di una vocazione, insieme lieve e terrifica: vedere ciò che la maschera, l'ignavia, l'insipienza cela. In sorte gli toccò di viaggiare nel paese delle meraviglie, con passo, anche, goticamente, per esempio, sulla passerella del lago presso Ivrea: può condurre ovunque, può avere in serbo l'aspide come il miele.
Mario Calandri, un Maestro tra l'Accademia Albertina e l'Accademia di Brera, ha attraversato il suo tempo con la signorilità di un fantasma. Uno stile, un costume, ecco: una vocazione, che si riverbera nell'officina artistica.
Un alchimista, Mario Calandri, nelle cui mani affermò Luigi Carluccio tutto diventa strumento di raffinati esercizi: i solchi nella matrice di metallo, le vernici, gli inchiostri, i diversi grani usati per rendere più complesse e viziose le vibrazioni della stampa, le foglie secche, i petali, le gazze, i merletti, le mascherine che regolano l'apparizione di così tenere e al tempo stesso virili icone di un mondo che sembra non sorgere dal piano della realtà, ma arrivare dal fondo della memoria. Dal nostro angelo negli abissi...
Bruno Quaranta TuttoLibri 05/072003